In un vagone merci diretto ad Auschwitz: ecco dove è nata l’amicizia tra Primo Levi e Alberto D., entrambi poco più che ventenni. Alberto si diploma presso il Liceo Scientifico Calini a Brescia nel 1941. Non era uno studente modello, no, ma rientrava nella media con buoni voti nelle materie di educazione fisica e cultura militare. Si iscrive poi all’ Università di Modena per studiare chimica.
E’ il 1943, il terribile anno che gli ruba tutti i suoi sogni e il suo futuro: si offre in sostituzione del padre arrestato ma vengono poi deportati entrambi nei campi di concentramento, prima a Fossoli poi ad Auschwitz. Qui nasce la profonda amicizia con Primo Levi, raccontata nel libro Se questo è un uomo. Un’amicizia vera, toccante e preziosa nata in un contesto di morte e desolazione e forse proprio per questo ancora più piena di bellezza. Come quell’ unico fiore che sboccia in un terreno arido e abbandonato.
“Alberto è il mio migliore amico. Non ha che ventidue anni, due meno di me, ma nessuno di noi italiani ha dimostrato capacità di adattamento simili alle sue. Alberto è entrato in Lager a testa alta, e vive in Lager illeso e incorrotto. Ha capito prima di tutti che questa vita è guerra: non si è concesso indulgenze, non ha perso tempo a recriminare e a commiserare sé e gli altri, ma fin dal primo giorno è sceso in campo. Lo sostengono intelligenza e istinto: ragiona giusto, spesso non ragiona ed è ugualmente nel giusto. Intende tutto al volo: non sa che poco francese, e capisce quanto gli dicono tedeschi e polacchi. Risponde in Italiano e a gesti, si fa capire e subito riesce simpatico. Lotta per la sua vita, eppure è amico di tutti. “Sa” chi bisogna corrompere, chi bisogna evitare, chi si può impietosire, e chi si deve resistere. Eppure (e per questa sua virtù oggi ancora la sua memoria mi è cara e vicina) non è diventato un tristo. Ho sempre visto, e ancora vedo in lui, la rara figura dell’uomo forte e mite, contro cui si spuntano le armi della notte”. Così lo ricorda Levi presentandocelo tra i suoi compagni di Lager in uno dei tantissimi passi del libro che vedono come protagonista proprio Alberto.
Le loro storie si dividono quando le SS decidono nel Gennaio del 1945 di far evacuare Auschwitz: Primo, ammalato di scarlattina viene abbandonato nel campo, mentre Alberto, non contagiato da quella malattia avuta da bambino, parte in quell’ ultima marcia senza ritorno. “E venne finalmente Alberto, sfidando il divieto, a salutarmi dalla finestra. Era il mio indivisibile: noi eravamo “i due italiani”, e per lo più i compagni stranieri confondevano i nostri nomi. Da sei mesi dividevamo la cuccetta, e ogni grammo di cibo organizzato extra-razione; ma lui aveva superata la scarlattina da bambino, e io non avevo quindi potuto contagiarlo. Perciò lui partì e io rimasi. Ci salutammo, non occorrevano molte parole, ci eravamo dette tutte le nostre cose già infinite volte. Non credevamo che saremmo rimasti a lungo separati”.
È un inno all’amicizia, il loro, scaturito in un luogo dove l’uomo non era considerato tale. Dove il calore umano è cosa rara; dove per nome hai un numero in cifre; dove il tuo destino dipende da un no o da un sì; dove ogni cosa è fredda e grigia; dove non hai capelli, serenità, e stomaco pieno. Eppure, nonostante e per tutto questo, l’uomo ha vinto nel suo desiderio d’amare e di essere amato. Primo Levi e Alberto D. ci insegnano questo con la loro storia. Una testimonianza, la loro, che non può e non deve essere dimenticata. Perché questa tragica pagina di storia non è solo una questione di numeri, di quanti morti e quanti vivi, di condizioni disumane e inimmaginabili: questa, è una pagina di storia che riguarda la vita dell’uomo. “Meditate che questo è stato: vi comando queste parole. Scolpitele nel vostro cuore, stando in casa, andando per la via, coricandovi alzandovi; ripetetevele ai vostri figli”.


Mi sono messa a rileggere “Se questo é un uomo” dopo le vacanze di Natale (strano periodo per farlo in verità), tra le altre una riflessione mi ha colpito:
“Tutti scoprono, più o meno presto nella loro vita, che la felicità perfetta non é realizzabile, ma pochi si soffermano invece sulla considerazione opposta: che é tale anche una infelicità perfetta. I momenti che si oppongono alla realizzazione di entrambi i due stati-limite sono della stessa natura: conseguono dalla nostra condizione umana, che é nemica di ogni infinito. Vi si oppone la nostra insufficiente conoscenza del futuro; e questo si chiama, in un caso, speranza, e nell’altro, incertezza del domani. Vi si oppone la sicurezza della morte, che impone un limite a ogni gioia, ma anche a ogni dolore. Vi si oppongono le inevitabili cure materiali, che, come inquinano ogni felicità duratura, cosi’ distolgono assiduamente la nostra attenzione dalla sventura che ci sovrasta, e ne rendono frammentaria, e percio’ sostenibile, la consapevolezza.”
La grandezza di Primo Levi, mi pare, é quella di non parlare solo degli avvenimenti ma dell’animo umano davanti e in balia degli stessi.
Grazie Sylva per questa tua riflessione tratta da Primo Levi! Ho letto il libro un po’ di anni fa e mi è venuta anche a me voglia di rileggerlo!condivido pienamente la tu ultima frase!